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AHI, FILOSOFI! AHI, PIERO! Che i filosofi si esaltino a parlare di filosofia, posso anche capirlo; succede a tutte le categorie, anche a noi architetti, e va di pari passo con l’atteggiamento opposto: l’autoflagellazione. È il tipico pendolo esaltazione-depressione (furor-melancholia) proprio dei creativi. Però da parte dei filosofi - persone abituate ad usare il rasoio di Occam - mi aspetterei un maggiore spirito auto-critico, che magari agli architetti è superfluo. Direi che due siano le ‘esagerazioni’, diacronica e sincronica. La prima consiste nell’estendere al passato un’idea di filosofia che è attuale, senza - mi pare - le mediazioni dovute. È vero che si potrebbe parafrasare Dino Formaggio, spostando alla filosofia quello che egli dice dell’arte: “Filosofia è tutto ciò che gli uomini hanno chiamato filosofia”. Ma lui almeno lo riferiva a ogni singola epoca, con la sua specifica cultura (si potrebbe aggiungere storicamente determinata, se il personaggio, per quanto marxista, non fosse stato alieno da determinismi). Ora mi pare che ci troviamo di fronte al tentativo di arruolare ogni forma di pensiero sotto le bandiere della ‘filosofia’, come estensione universale del cogito. Ma è proprio così? Non v’è dubbio che –oggi- sia legittimo prendere il pensiero di chiunque, antico o moderno, e ‘ravanarci’ sopra. Ma prima di chiamarlo ‘filosofo’ bisognerebbe chiedersi: lui lo sapeva? E, nel caso, sarebbe onorato di sentirsi dare del ‘filosofo’? È il minimo di cortesia che si chiede a chiunque. Perché non tutti i pensieri sono (e sono stati) filosofici; soprattutto non tutti i pensieri saggi e fruttuosi. Ce ne sono che vengono da direzioni e tradizioni molto diverse. Allora bisogna intendersi si su chi entra nella storia della filosofia e chi in altre storie (e se ci riesco, poi lo dico). La seconda prosegue di qui, cercando di interpretare cosa avviene oggi. O si dice che tutto è pensiero e ogni pensiero è naturaliter filosofia (con le ‘strizze’, anche udite, sulla natura). Oppure si dice che esiste una disciplina precisa, con un suo campo, una sua definizione, un metodo (una pluralità) accettato, un linguaggio, ecc. ecc. Nel primo caso, filosofo è l’uomo, ogni uomo in quanto essere pensante e i ‘filosofi’ professionali (quelli che abbiamo ascoltato) sono solo una casta di guru che ascoltano, discernono, scremano, ammaestrano. Nel secondo caso, i filosofi sono gli specialisti di una scienza universitaria, cattedratica, che fa pressappoco le stesse cose. In entrambi i casi, i filosofi costituiscono una categoria, riconosciuta come tale (amata più o meno è altro discorso), con uno statuto pubblico e con relazioni fortemente autoreferenziali, come tutte le categorie: si parlano e si capiscono fra di loro (per gli altri è un po’ più difficile); nelle aule scolastiche, nei teatri o nelle piazze non sposta sostanzialmente il discorso (a meno di revanches). Detto in altri termini, i filosofi sono un gruppo di riferimento (come altri), una ‘chiesa’ , per cui suona singolare che qualcuno si autodefinisca di nessuna chiesa: c’è ben un corpo accademico. Di qui si possono trarre alcune conclusioni. a) Dissacrante. Non vedo proprio cosa ci sia di dissacrante o di blasfemo: direi ‘nulla’ (o è nichilismo?). E’ come dire che l’autista del tram è dissacrante; forse quando investe un ciclista (con blasfemia rigorosamente in dialetto meneghino!), ma lui fa proprio e solo il suo mestiere, come gli viene richiesto e per cui è pagato. b) Autonomo (nel senso di ‘libero’ pensatore che non segue il gregge). Ma quale gregge? Il profanum vulgus oppure il sodalizio degli uguali? Il filosofo (come tutti) quando pensa (e scrive) si rivolge a un referente: per lui è la comunità degli altri filosofi, quelli ‘iniziati’. É in relazione a entrambe che mi pare necessario, da parte dei filosofi, non lasciarsi trasportare dall’entusiasmo o dal luogo comune ed usare una epistemologia rigorosa anche su di sé, ovvero applicare al proprio gruppo le ‘normali’ considerazioni della sociologia. Assolutizzare l’io pensante come se fosse avulso da un gruppo di riferimento è poco critico, tant’è vero che risulta il modo di pensare diffuso del gregge. Credere di dare scandalo in un contesto che digerisce tutto è infantile: ormai non si scandalizza più nessuno (solo don Giorgio lo ha fatto sul Torrazzo). Chi dissacrava veramente in altri tempi moriva; in questi tempi è gioco delle parti. La filosofia non è più né una mina vagante, né dinamite, né sfida pericolosamente alcunché. Non è soggetta a nessun “Signore”, perché nessun signore la teme: altri sono i timori che richiedono, anche oggi, assoggettamenti. “Non è sottoposta a nessun “comando” se non a quello di mettere in discussione tutto”, salvo quello di cui si ‘dimentica’ perché la tocca sulla propria pelle. Il difficile, oggi, non è mettere in discussione i comandamenti “divini”; non è mettere in discussione ‘i contenuti’, siano anche “i templi eretti dalla stessa filosofia”. Il difficile è mettere in discussione due altre bazzecolee: a) il proprio contesto, il contesto socioculturale in cui e di cui la filosofia vive (come ho detto); b) i ‘pregiudizi’ o le ‘precomprensioni’ in cui ciascuno di noi vive e attraverso cui pensa, anche il filosofo. Il “peccato originale” non è la filosofia, che richiede autocoscienza. Adamo non sapeva di essere un filosofo, come gli indios non sapevano di essere americani. E’ sempre la ‘legge del calabrone’ che è troppo pesante per volare, ma non lo sa e vola lo stesso. In questa visione solipsistica della filosofia, dove il ‘soggetto pensante’ resta sempre una ‘monade’ individuale, si consuma solo la crisi del pensiero ‘moderno’ ‘Esplorare l’Ignoto’ (che inizia da Nehandertal ), non è opera individuale, ma comunitaria. É sempre un processo di lenta e faticosa elaborazione collettiva, dove la ‘pensata’ individuale ‘vale’ solo all’interno del proprio contesto. E dev’essere un contesto ben saldo e sicuro di sé per consentire al singolo di alzare la mano e dire: “Io penso che…” La domanda è: chi siamo, da dove veniamo, dove andiamo; e non: chi sono, da dove vengo e dove vado. Il territorio della scienza del Bene e del Male non è proibito, è solo delicato, ovvero fragile, da maneggiare con cautela. Soprattutto da non credere di poter maneggiare da soli, da uno solo che pensa e magari è troppo ‘creativo. Come dice Proietti: “il mondo è pieno di idiomi”. E il ‘900 ha dato ampia e tragica prova di quello che riescono a fare questi pensieri in libertà. Attenti ai falsi Padri, alle false Guide, alle false Alleanze. Attenti a chi non si rende conto che dovrebbe farsi psicanalizzare (ma anche questo è un discorso lungo e complesso) Assaporare la mela si può, ma non fino in fondo. Quello che scopri in fondo non è la morte di tutti gli dèi; è la tua morte. Gli antichi lo sapevano; i moderni sono troppo superbi per ammetterlo e cercano di ‘cancellare’ il Grande Enigma. Ne è valsa la pena? In questi termini no, certamente. In termini più ‘normali’ bisognerebbe dire che non si può nemmeno chiedersi se ne vale la pena, perché questa è la condizione umana, condizione di creature fragile, e curiosa, capace di “stupore”. “Grida la sua disperazione, ma quello che ascolta è solo il… Silenzio. Da qui i miti, le religioni..” Perché solo loro? Di qui anche la filosofia e la scienza: altri miti e altre religioni, che cercano risposta al bisogno di un “Padre”, al bisogno di “Senso” di fronte al dolore, al bisogno di Speranza. Perché non è che filosofia e scienza vengano da Marte. Ormai dobbiamo ammettere che anche loro fanno parte di quei tentativi di risposta che i vari gruppi umani, ieri come oggi, cercano di darsi. Viviamo (non vivo) in un mondo umano e storico, ma abbiamo fame di ‘oltre’ di ‘altro’, che per molti è ‘Altro’. Viviamo comunque tutti in condizione di ricerca, vediamo le cose oscuramente, come in uno specchio,cercando risposte che, nella lunghissima storia del mondo, sono state tante (oggi sembra addirittura di essere al supermercato). Nessuna può vantare di essere la sola o la migliore, tanto meno la filosofia. L’importante è che tutti (filosofi compresi) trovino il loro equilibrio e – questo sì è un risultato moderno- la tolleranza nei confronti degli altri, cioè rispetto per la comune, fragile e bisognosa umanità. E, tanto per storicizzare le tentazioni, dato che il tema ricorre, non addebitiamo solo al monoteismo delle grandi religioni (o magari anche di quelle piccole) le pericolose tentazioni, il mito del popolo eletto, l’intolleranza, il fanatismo, le guerre sante, l’Inquisizione. Abbiamo il coraggio di riconoscere che le porcate del ‘900 nascono dalla scienza e dalla filosofia? Certo stravolte e piegate agli orrori più biechi, come ogni volta che all’uomo si antepone la legge, ‘il sabato’. I nazisti hanno ‘scientificamente’ massacrato gli ’infedeli’ ebrei, come i comunisti hanno ‘filosoficamente’ (ideologicamente) massacrato i credenti nello stesso ‘Assoluto della Storia’ . Anche queste sono ‘varianti impazzite’ di monoteismi laici, scientifici e filosofici, per cui bisogna avere il coraggio di chiedere insistentemente “perdono”. Ma anche questo Piero l’ha detto, con altre parole. Per il resto alcune note. Sul ‘relativismo’: va bene, purchè si relativizzi anche in termine, non se ne faccia una ulteriore metafisica. Relativismo non vuol dire che io rinuncio alle mie idee, ai miei fondamenti. Relativismo vuol dire che riconosco che i tuoi sono diversi e li rispetto. Perciò bisognerà trovare, anche su singoli temi, un modus vivendi tollerante. Da parte mia come tua. Al Cristianesimo senza dogmi e senza riti non credo, perché sarebbe altro. E’ da chiarire se i dogmi sono la ‘visione dogmatica della realtà’ che alcuni cercano di applicare a ogni piè sospinto, o se invece non siano, più semplicemente, quelli espressi nel Credo, proclamato durante la messa, magari quello Apostolico, meno carico di antiche lacerazioni del Niceno-costantinopolitano. Alla religione illuminista e kantiana non credo, perché è, come deve essere, una filosofia e non una religione. E l’idea di una filosofia come surrogato di una religione è troppo filosofica e ambigua. Il rischio è, appunto, che le ‘grandi religioni laiche’ pongano sull’Altare, di volta in volta, altri miti Così come Severino è sicuramente affascinante (anche se non sono d’accordo con lui), ma non farei del suo pensiero una religione. L’hýbris sicuramente c’è, ma gliela perdoniamo. Allora il grande compito della ragione (e non solo della filosofia ) è ricordare all’uomo le sue colonne d’Ercole. Hic sunt philosophi è la versione moderna dell’hic sunt leones. Al di là delle battute e delle polemiche sciocche che ci sono state, plaudendo invece agli interventi critici seri, direi che l’iniziativa è stata positiva per la città, richiamando su di lei l’attenzione di gente esterna. Forse è da rivedere il rapporto fra ‘seriosità’ delle relazioni e ‘goliardia’ dei contorni. L’unico neo da rilevare e che in città qualcuno deve decidersi a risolvere, è quello della sovrapposizione di varie manifestazioni nello stesso giorno. Crema è una piccola città, con molte potenzialità, e quando ci sono occasioni capaci di attirare visite di vario turismo è bene che siano distribuite in tempi diversi, per non avere momenti sovraffollati e momenti vuoti. Di settimane nell’anno ce ne sono cinquantadue: non è il caso di cominciare a fare un calendario? Crema,6 giugno 2006
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