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Ragione e fede di nuovo ai ferri corti. L’opinione di un credente imperfetto e non devoto. Sembra che oggi, per poter affiancare Filosofia e Sacro, non ci siano che due alternative: uccidere Dio per liberare l’uomo dalle catene che lo imprigionano da sempre, oppure suicidarsi, cioè abbandonarsi alle Sue Leggi facendo finta che queste non siano creazioni umane. La convivenza pare non essere possibile; semmai, tolleranza in cagnesco. O si pensa o si crede, scriveva Schopenhauer. Oggi, per essere maturi, si deve “pensare”; quindi, leviamo Dio di torno. Ebbene, la mia opposizione a questa infinitizzazione dell’uomo che Nietzsche ha affermato nel modo più radicale, offrendo ai posteri il ritratto della propria dissoluzione nella follia - che figura come una specie di epilogo tragico di un anelito impossibile - è totale. Volgiamo lo sguardo indietro di pochi decenni, ed osserviamo che le più feroci follie distruttive, i più colossali crimini di massa, la più demoniaca negazione del valore della vita, le più titaniche ingiustizie avallate dal consenso generale sono stati teorizzati e realizzati da ideologie atee, proclamanti l’autosufficienza dell’uomo quando non la propria volontà di potenza, l’apologia del sangue e della razza come del materialismo dialettico nuova “scienza” che spazzi via l’oppio dei popoli. Abbiamo ucciso Dio, e ci siamo reimpadroniti di noi stessi, dell’uomo socratico che ricerca? Di quale colossale risata si sbellicherebbe Dio stesso, se la Sua tristezza cosmica non inondasse di lacrime di dolore questo luogo devastato dall’idiozia di chi lo abita: un primate autodistruttivo che pensa di liberarsi dal trascendente perché lo percepisce oppressore, che da una parte Lo inventa ed allo stesso tempo Lo venera quando non Lo odia; che scambia la libertà di pensiero per apologia narcisistica di se stesso, dei propri deliri di dominio teoretico e pratico fino alla somma superbia di autocrearsi e sfondare qualunque limite, trincerandosi nella legittimità di affrancarsi dalla tirannia di una “sopravvivenza culturale”; che liquida il proprio passato come genericamente autoritario ed approda alle vette di un pensiero debole che nella propria furia iconoclasta e nichilista spiana tutto ciò che trova attorno a sé, cioè il retaggio dell’umanità immatura assetata di “certezze” metafisiche indegne dell’Uomo liberato dal Divino Comandante. Quale compiacimento estetizzante, quale sottile piacere intellettuale abbiamo provato nell’ascoltare le brillanti parole di un Giorello, tanto orgogliose della potenza della conoscenza, quella conoscenza che il misoneismo bieco del Genesi vorrebbe precluderci per sempre! Non mangerai la mela, non cercherai di abbeverarti alla fonte del sapere: dovrai sottometterti. Così è stato letto il mito, così si legge il Genesi, così si leggono i Comandamenti, così si leggono le religioni tutte (non solo quelle monoteistiche): sottomissione (la terza religione monoteistica ingloba addirittura nel proprio nome questo comando supremo, sostanziale impedimento all’esercizio della ragione e al dispiegamento della libertà). Ma è davvero così? Se si fosse dato spazio, durante la Crema del Pensiero, al dibattito (quale “Festival della Filosofia” è se non ci sono dibattiti?!), sarebbe stato forse opportuno chiedere ai diretti interessati – i fedeli – se si sentono sub-umane foglie secche appartenenti ad un genere in via di estinzione, un residuato di vecchi racconti totalizzanti e liberticidi, stadio pre-nietzschiano incapace di prendere su di sé il peso della vita senza l’aiuto del trascendente, oppure se invece si sentono liberi e pienamente umani proprio perché credenti. Quale clamorosa supponenza fa credere ai pensatori contemporanei di appartenere alla classe eletta dei liberati dal giogo tirannico dei sacri imperativi, relegando il volgo nelle schiere dei timorati perché minorati? Ciò che Sequeri interpreta con elevate parole altro non è se non ciò che un credente intelligente e consapevole sa da sempre: che non deve avere paura, che non è oppresso da un Dio talmente rigoroso da apparire malvagio, che nessuno pretende la perfezione (Dio compreso), che non si tratta di rispetto farisaico e legalistico di obblighi infondati. Chi vuole insistere esclusivamente sui concetti di comando, imposizione, autorità, impedimento – fino a paura, sottomissione, prigionia – compie un’operazione intellettuale scontata e semplificatoria, relegando il sacro nel solco di un’umanità che sarebbe incapace di assumersi responsabilità. Questo è vero per un certo tipo di vissuto pseudoreligioso, dispotico e violento – ancora vivo e vegeto, ma quasi completamente fuori dalla Cristianità, oggi - , non per quanti rivendicano il valore e di una ragione e di una fede, nei loro rispettivi domini. Un certo tipo di ragione, che non vuole avere nulla a che fare coi debolismi nichilistici che non distinguono tra civiltà e barbarie, ed una fede autentica, che mai e poi mai negherà il valore della ricerca – un Agostino, un Abelardo, un Kierkegaard cosa erano se non ricercatori? Erano dei burattini, come vuole Giorello? - , ma una fede che ritiene che all’uomo non tutto sia permesso. Non tutto, perché oltrepassati alcuni steccati ne va della propria stessa vita e della propria stessa dignità; ciononostante, l’uomo resta libero di andare oltre. La mano dispotica di Dio ha forse fermato i carnefici di Auschwitz? Ulteriore “prova” della Sua non esistenza per qualcuno, mentre semmai è la prova che l’uomo anela a divinizzare e ricreare se stesso. L’uomo rivendica la libertà dal divino oppressore, per non essere più responsabile nemmeno di fronte al proprio simile. Povera misera canna, incapace ormai anche di pensare! Chiediamo a Giorello o a Moriggi che cosa sostituirebbero ai Comandamenti. Cosa risponderebbero? “Libertà di pensiero”, “Ricerca senza confini”, “Consenso democratico” (di una democrazia puramente numerica e formale?) ed altri similari, che presi a sé potrebbero anche essere sottoscrivibili, se passati in un certo modo. Non mi interessa scendere in giochetti, quindi non scriverò che stanno sostituendo degli imperativi con altri imperativi ritenuti preferibili per proprie intime convinzioni, magari un po’ anarcoidi; vorrei solo chiedermi se questi altri precetti possono bastare da soli ad impedire che l’oltreuomo nietzschiano divori se stesso nella sua folle corsa verso il nulla (nulla che è quasi un nonsenso reificato, nelle pagine di Heidegger o Sartre), finalmente felice di aver fatto tabula rasa dei suoi idola e di aver demolito ogni fondamento, senza impedirgli tuttavia di produrre macchine della morte. La mia risposta è no. Non mi si risponda che poiché oggi si uccide ancora in nome di Dio, si può giustificare la necessità del deicidio medesimo: quello non è Dio, mentre chi uccide in Suo nome è invece molto uomo, molto schiavo di tribalismi totalitari che possono strumentalizzare qualunque cosa, compreso il numinoso. Chi è il nemico dell’uomo? E’ Dio o l’uomo stesso? L’ardua sentenza non è poi così ardua. La scorciatoia disonesta di dare del “fondamentalista” a chiunque tenti di “resuscitare” Dio nel mondo contemporaneo mi irrita, specie se nel farlo si usano eleganti circonvoluzioni erudite o battute dal facile applauso, scontati appelli alla “libertà” impossibili da respingere presi a sé e condanne di passate intolleranze, strabismi morali e political correctness, pur sapendo che l’interlocutore “devoto” detesta i radicalismi religiosi quanto se non più di chi accusa. Già sento gli ipotetici sarcasmi degli assassini di Dio. Ecco il rantolo di chi ha la coda di paglia, di chi si sente punto sul vivo, di chi avverte di essere ancora un umile schiavo incapace. O addirittura, ecco il teodinosauro nemico della ricerca! [sic] Vorrei dir loro che, pur potendo soccombere in un ipotetico confronto dialettico, serbo in cuor mio lo stesso sarcasmo, specularmente rovesciato. Quale immeritato supplizio per la Filosofia, frastornata dalle grancasse dei predicatori della ragione postmoderna, che orfani delle immense costruzioni hegeliane si inventano un nuovo modo di raggiungere l’infinito, stavolta infinitizzando l’uomo. La farsa è che pensano di essersi lasciati alle spalle il metafisico passato intollerante ed essersi vaccinati dal dogma, gettando le basi per immunizzarsi dalla violenza. Quando imparerà l’uomo ad essere veramente responsabile, cominciando proprio con l’evitare di riversare su Dio le proprie imbecillità, arrivando a credere di doverLo uccidere quando ne proclama al tempo stesso l’inesistenza? Se l’uomo è stato violento, la colpa è stata di Dio che ha imposto la Sua tirannia, facendo degenerare un animale che forse sarebbe stato molto più tollerante? Perfetto esempio di alienazione di responsabilità in sommo grado. Luca Lunardi
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