LE ALI DI ICARO

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Le ali di Icaro

Ma stai attento - diceva Dedalo a Icaro mentre insieme salivano verso il cielo remeggiando con le braccia - attento a non accostarti troppo al Sole, perché si scioglierebbe la cera che tiene salde e unite le ali; e non abbassarti troppo verso il mare, perché l’umidità dell’acqua inzupperebbe le penne e non potresti più risalire ” .

Monsignor Sequeri invita ad uscire dal “bar della parrocchia” (o piuttosto il bar dell’oratorio) e dal “bar dell’illuminismo” (o piuttosto il Caffè). Insomma: non voliamo troppo in basso.

Va bene: parliamo di cultura seria, di preparazione faticosa che ci mette in grado di affrontare la sfida dell’esegesi.

Su Repubblica del 13 giugno 2006, in un articolo tratto dalla lectio sul tema “Filosofia e dialogo” del cardinale Carlo Maria Martini, quest’ultimo ripercorre alcuni passaggi della preparazione di un gesuita: filosofia teoretica secondo la tradizione neoscolastica (tre anni), logica formale, epistemologia, metafisica, cosmologia, psicologia filosofica, etica, dottrina teologica naturale (teodicea), e naturalmente ebraico, aramaico, greco e “altre lingue”. Concluso con successo un curriculum di questo genere, un teologo può iniziare a interpretare il linguaggio della Bibbia.

Ed è allora che si rende conto che quel linguaggio è lontano mille miglia dai linguaggi della vita quotidiana. Ha volato troppo in alto.

A partire da questa presa di coscienza di un innegabile scarto, il cardinale si interroga sulla possibilità di un dialogo fra religioni e culture o anche fra religiosi e filosofi di orientamenti diversi.

Ma qui importa sottolineare un altro tipo di décalage : quello fra alta e bassa cultura religiosa, o fra teologia e religione, secondo una distinzione che era ben chiara per esempio a Feuerbach.

La relazione che ha aperto i lavori di Crema del pensiero mi è parsa di altissimo livello, espressa in un linguaggio accessibile a tutti; ma nell’ascoltare provavo la sgradevole sensazione di essere responsabile di non so quale colpa intellettuale: un misto di pigrizia e ignoranza, a metà strada fra chi non ha studiato per negligenza e chi ha studiato a memoria senza comprendere il senso profondo della lezione. Questo infatti veniva a più riprese elegantemente rimproverato al pubblico attento da un relatore – si percepiva dal tono fra il didascalico e il benevolente - aduso a rivolgersi a giovani studenti. Primo, ammoniva, non conoscete le Sacre Scritture. Secondo: vi siete preparati su un testo poco significativo, il catechismo. Terzo: siete imbottiti di pregiudizi e fole, perché credete ancora alla storiella della mela et similia.

Ma forse non è del tutto colpa nostra se siamo così impreparati nell’accostarci alle Sacre Scritture: non ci avevano proibito di leggerle e interpretarle senza l’opportuna mediazione della tradizione della Chiesa? Quanto al famigerato catechismo tridentino, era proprio tanto sciocco studiare a memoria formule ancora incomprensibili per un bambino di otto anni (questa era l’età in cui ogni comunicando si preparava a ricevere consapevolmente il suo primo sacramento, ripetendo domande come: “Chi è Dio?” e risposte come: “Dio è l’Essere perfettissimo creatore e signore del cielo e della terra”), ma che sarebbero rimaste per sempre impresse nella sua coscienza, riaffiorando a tempo debito magari anche solo come “un’impressione confusa, strana, lenta, come la rimembranza di una luce” nell’animo della vecchia serva dell’Innominato? E soprattutto: quale forma di superiore e approfondita cultura religiosa ha sostituito nel mondo contemporaneo quella presunta incongruente, semplicistica, infantile informazione divulgativa?

L’istruzione religiosa si è smarrita negli ultimi vent’anni in quello che Kant chiamerebbe “un abisso tenebroso senza sponde e senza fari”. Negli anni della preparazione ai sacramenti dell’infanzia, i bambini ricevono un’infarinatura di conoscenze condita con una dose massiccia di sociologismo e un paternalistico incoraggiamento ad un’attitudine ludico-edonistica.

I ragazzi affrontano poi la scuola superiore con un bagaglio di nozioni sul cristianesimo approssimative e fumose. Fortunatamente vengono valutati da insegnanti e non da inquisitori, poiché spesso sono eretici inconsapevoli: c’è chi crede che Cristo abbia solo natura divina (o umana), chi attribuisce un corpo agli angeli, chi ritiene, se mai ne ha sentito parlare, che la resurrezione della carne sia un dogma ormai decaduto (non importa se a sostenerlo è proprio chi recita tutte le domeniche un aspetto la risurrezione dei morti del Simbolo Niceno-costantinopolitano, forse meno esplicito ma non meno comprensibile del vecchio credo…la resurrezione della carne del Simbolo Apostolico), chi è convinto che l’8 dicembre si celebri il ricordo della verginità della Madonna, chi afferma con sicurezza che nella particola consacrata dell’Eucarestia è presente simbolicamente il corpo e il sangue di Cristo… un intero repertorio di eresie, dall’arianesimo al docetismo.

Ciò non impedisce agli stessi ragazzi di vivere esperienze ricche e intense di volontariato sia a livello locale che internazionale. Spesso la stessa professione viene scelta in funzione della relazione di aiuto. Ma l’altra faccia di quel volo troppo basso iniziato nell’infanzia è la religiosità vissuta come raduno emozionale, come rito di identificazione in un gruppo che riscatta l’individuo dall’insostenibile leggerezza dell’anonimato. Grandi raduni di giovani che si lasciano alle spalle seminari smobilitati dalla crisi delle vocazioni, chiese abitualmente vuote, che solo in occasione di cresime e matrimoni si trasformano in set cinematografico, salotto da gossip, atelier di moda. E’ il prezzo da pagare per aver svilito la fatica della conoscenza. Un ingegnere congolese raccontava di essere rimasto sbalordito quando, venuto in un’Italia conosciuta solo attraverso libri d’arte, cartoline e televisione, si rese conto che l’avere a disposizione una chiesa ogni cento metri non faceva degli italiani un popolo di veri credenti. La chiesa dei credenti superstiziosi derisa da Plebe: come dargli torto?

Pare anzi che oggi si assista in Italia a una vera e propria rinascita del politeismo paganeggiante, nelle abituali due versioni: una intellettualistico-professorale innocua, l’altra esoterico-nostalgica, al limite dell’allucinazione e dell’occultismo. “Non è la prima volta che torna in auge il culto degli dèi greci, dopo la loro eclissi – sdrammatizza Luciano Canfora – Nulla nella storia scompare, tutto si mescola e si trasforma” (si veda “Il ritorno degli dèi, neopagani sull’Olimpo”, Corriere della sera, 6 maggio 2006).

Ma allora torniamo alla sfida dell’esegesi. La parola d’onore di Dio che parla all’uomo è un riconoscimento, un’alleanza, ma solo a condizione che quello stesso Dio restituisca a Giobbe i suoi figli e liberi il popolo dalla schiavitù d’Egitto. Altrimenti? Altrimenti siamo al punto di partenza, l’eterno problema agostiniano del Si Deus est, unde malum? Un problema già posto dal pensiero pagano, ad esempio nella lucida formulazione di Epicuro: “La divinità o vuol togliere i mali e non può o può e non vuole o non vuole né può o vuole e può. Se vuole e non può, è impotente; e la divinità non può esserlo. Se può e non vuole, è invidiosa, e la divinità non può esserlo. Se non vuole e non può, è invidiosa e impotente, quindi non è la divinità. Se vuole e può (che è la sola cosa che le è conforme) donde viene l’esistenza dei mali e perché non li toglie?”

Forse siamo davvero arrivati a quel tramonto dell’Occidente preconizzato da Spengler quando, intorno al 1920, scriveva:

“quello che ci appare più chiaro nei suoi contorni è il tramonto dell'antichità, mentre già oggi avvertiamo chiaramente in noi e intorno a noi i primi indizi di un avvenimento ad esso del tutto analogo per corso e durata, che appartiene ai primi secoli del prossimo millennio: il tramonto dell'Occidente”.

Forse è inevitabile che si compia quell’estrema conseguenza del nichilismo, di cui scienza e tecnica sarebbero secondo Severino l’estrema e più compiuta manifestazione, e a cui avrebbe contribuito anche il cristianesimo, responsabile, sempre secondo Severino, di avere dato inizio alla creazione con un enticidio: la creazione dell’uomo come un niente, un essere destinato a tornare polvere. Anche U. Galimberti ritiene che la religione sia condannata a scomparire e mette in guardia contro lo strapotere della tecnica, invitando a riappropriarci del nostro tempo pre-tecnologico, il tempo della nostra vita psichica ed emotiva “che si sviluppa nel giorno feriale, ed è un tempo propriamente progettuale” (un presentimento della prossima edizione di Crema del pensiero?)

Forse è pure inevitabile che si manifesti quel volto drammatico dell’umanesimo di cui ha parlato Cacciari: un volto che sta sotto la maschera, e altro non è che il cadavere. Anche il Dio cristiano cadrà dunque sotto i colpi dell’ironia e del sarcasmo, dell’ignoranza e dell’indifferenza, o sotto la ben più temibile scure del tempo, come gli dèi pagani di Momo?

Già: la filosofia non ha risposte. La filosofia ricorda all’uomo le colonne d’Ercole, come dice l’amico Piero Carelli. Dunque non abbiamo ali. Siamo destinati a camminare con i nostri piedi stanchi e a volare solo con la fantasia poetica o con gli aerei. Per quanto mi riguarda, preferisco la prima, e provo ancora stupore se leggo Dante

Oh quanto è corto il dire e come fioco
al mio concetto! e questo, a quel ch’i’ vidi,
è tanto, che non basta a dicer “poco”.
O luce etterna che sola in te sidi,
sola t’intendi, e da te intelletta
e intendente te ami ed arridi!

Ma se è vero che “l’essere, che può essere compreso, è linguaggio”, non ci resta che continuare a cercare di dire e comunicare, ciascuno come sa e come può, mai troppo alto, ma neppure troppo basso. A metà, là dove si trova la stragrande maggioranza degli uomini, “né troppo buoni, né troppo cattivi”, come dice Socrate, poiché “sono rari e scarsi di numero gli estremi, e invece ciò che sta nel mezzo è abbondante e numeroso”. Allora forza, con la zattera della filosofia, non abbiamo paura di attraversare a nostro rischio il mare della vita.

Patrizia de Capua

Crema, 15 giugno 2006