LE OPPORTUNITÀ APERTE DALLA “MORTE DI DIO”

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LE OPPORTUNITÀ APERTE
DALLA “MORTE DI DIO”

 

Il “Silenzio di Dio” e il “tempo degli uomini”

Un comandamento inattuale. Già. Dio è morto. E con Dio sono morti i “sacerdoti”. Tutti: da Ratzinger a Severino al novello Einstein (se ci sarà) del XXI secolo. Non ci sono più né uomini né popoli “eletti”. Non c’è più un “Dio vero” contro gli “dèi falsi”: tutti gli dèi sono “idoli”. Proprio… idoli, cioè costruzioni umane. Tutti i Templi sono eretti dagli uomini: anche quelli della Filosofia e della Scienza.

Un tempo straordinario quello che abbiamo l’avventura di vivere: il tempo degli “uomini”, delle “opinioni”, delle “congetture”. Un tempo propizio: non più crociate (religiose o laiche), ma “confronto”, nessun monopolio della Verità, nessuna presunzione di ancorare norme etiche a “leggi naturali”.

Il tempo della “responsabilità umana”, senza più alcun alibi, senza più strumentalizzazioni di Dio (si veda l’appassionato e acuto intervento di Luca Lunardi). L’uomo è “nudo”, responsabile di fronte a se stesso e agli altri. Tutte le cause sono “umane” (anche la liberazione dei popoli fatta in nome di Dio).

Nessun trionfalismo, ma anche nessun senso di vertigine: la morte di Dio può aprire la stagione di un’umanità più ricca, più matura: libera dall’hýbris, libera dalla tentazione di interpretare la “Parola di Dio”. Il tempo degli “uomini” coincide con il “Silenzio di Dio”.

Fedi purificate

Ma il Silenzio di Dio non coincide con la morte delle religioni. La consapevolezza che Dio (tutti gli dèi) è una “creazione umana” non implica affatto l’inesistenza di un qualche Dio. Il Silenzio di Dio accentua (e non annulla) il Mistero, un Mistero che neppure l’uomo di scienza sarà in grado di dipanare.

Ecco, allora, le fedi. Fedi che rispondono al “bisogno di senso” dei mortali. Fedi che oggi possono vivere una stagione nuova: fedi purificate da tutte le “Parole” che gli uomini hanno attribuito al “Dio del Silenzio” (o… al Silenzio di Dio?), da tutti i “dogmi” basate su quelle “Parole”.

È il tempo, cioè, delle “religioni umane”.

La riscrittura del Decalogo

Religioni “umane”, ma non per questo meno importanti: siamo noi che abbiamo costruito, nel tempo, superando aberrazioni, un patrimonio di valori tanto nobile che l’abbiamo attribuito al Divino. È questo patrimonio “di origine divina” – con tutte le sue varianti “laiche” - che ci ha consentito di “riscrivere” il decalogo in versione “umana”: vedi le nuove Tavole dei valori (“diritti e doveri dell’uomo”). Tavole che - proprio perché umane - sono “convenzionali” (frutto della “mediazione tra opinioni”) e - proprio perché convenzionali - sono destinate ad evolversi in sintonia con l’evolversi della sensibilità della società. Ecco, perché il nostro è un tempo davvero straordinario: senza Chiese (Templi), senza contrapposizioni in nome di Assoluti. Il tempo della maturità.

La “ragionevolezza” delle fedi

Mediazione non significa rinuncia a credere nei propri valori, ma capacità di comprendere “il punto di vista” degli altri e volontà di raggiungere un punto di vista più alto. In democrazia non vi è alternativa: si discute, si difendono le proprie idee e poi si arriva a una sintesi che abbia il maggior consenso possibile. È la democrazia il tempio degli dèi, del “relativismo”, il tempo in cui nessuno ha parole “Rivelate”, ma in cui tutti hanno il diritto di difendere la “ragionevolezza” delle loro fedi.

Una torre di Babele

Grazie, Dado, di avermi provocato e di avermi consentito – con le tue considerazioni intelligenti e colte – di rendere più trasparente il mio modesto punto di vista.

Nessuna esaltazione della filosofia. Anzi, posso dire che, a mio avviso, non esiste “la filosofia”. Esistono solo tante immagini storiche della filosofia. Quella che viene chiamata generalmente “filosofia” non è che un contenitore in cui c’è tutto e il contrario di tutto: ci sono filosofi che “dissacrano” e filosofi che vendono pillole tranquillanti, filosofi che sparano contro le religioni e filosofi che ne spiegano la “ragionevolezza”, filosofi che tuonano contro lo status quo e filosofi che fanno dello status quo qualcosa di “razionale”. Una torre di babele con le lingue più svariate, i metodi più diversi: filosofi che costruiscono grandi cattedrali e filosofi che predicano la precarietà di ogni sapere umano, filosofi malati di hýbris e filosofi che si mettono in ginocchio di fronte all’Enigma e rinunciano a “interpretare” le proprie “parole” come la “Parola di Dio”.

Non c’è la filosofia se non nel mondo accademico. Ma anche qui non vi è alcun oggetto in comune: chi, a parte eccezioni come Severino, continua a… indagare l’Intero?

Non esiste la filosofia perché non esiste “la ragione”. Ad esistere sono solo uomini “storici”, con gli schemi culturali e il linguaggio del loro tempo. Anche con le metafore del loro vissuto. Come la metafora – a cui sono ricorso - della filosofia come la tentazione della conoscenza (il cosiddetto peccato originale). Come la metafora della filosofia come “dinamite” (un’immagine che ho rubato a Nietzsche).

Amo le metafore come amo i “paradossi” (sono pensatori cristiani quali Pascal e Kierkegaard che mi hanno suggerito il paradosso della fede religiosa come luogo dell’hýbris), così come amo “giocare” il ruolo dell’iconoclasta.

La tradizione dei filosofi “dinamitardi”

Sì: mi riconosco nella tradizione dei filosofi provocatori, “dinamitardi” o, meglio, in un filone di questi: il filone che abbraccia pensatori diversissimi quali Socrate, Montaigne, Pascal, Hume, Voltaire (soprattutto Il filosofo ignorante) fino ad arrivare a Nietzsche e all’epistemologia del Novecento, il filone dei “maestri del sospetto”, di chi mette in discussione tutte le presunte “Verità Assolute”, di chi ricorda all’uomo le sue invalicabili “colonne d’Ercole” (non certo il filone che – per esemplificare – va da Spinoza, passa per Hegel e arriva a Severino, il pensatore, forse, più “scandaloso” del nostro tempo).

Un confronto tra “fedi”. Senza integralismi.

Sono questi i miei… pre-giudizi, le mie suggestioni, il mio… contesto. Pregiudizi che sono alla base della mia “fede”. Sì: il mio intervento è quanto… I believe. Non è una fede cieca, naturalmente (pur col gioco delle metafore e dei paradossi, ho cercato di “argomentare” il mio punto di vista), come è una fede “ragionevole” quella nel Cristianesimo o nella Teoria della relatività. Il nostro è il tempo delle “fedi”, fedi che devono confrontarsi (anche se – come scrive Franco Gallo nel suo saggio – “potrà essere talvolta difficile”). Il tempo della “mediazione”, senza “sacerdoti”, senza integralismi (né religiosi né laici). Il “tempo degli uomini”. Un tempo, tuttavia, ancora al di là da venire: l’hýbris – anche nelle forme più subdole – domina ancora. E non solo nel mondo islamico (si veda lo stimolante pamphlet di Carlo Augusto Viano, Laici in ginocchio, Laterza).

 

Crema, 12 giugno 2006

Piero Carelli