Il mare e
la pesca
C'era una volta la pesca....
200 Milioni di persone, nel mondo, dipendono dalla pesca. Un quinto di tutte le proteine animali consumate provengono dal pesce. Ma il patrimonio biologico di mari e oceani e' in forte crisi. Governi e istituzioni, Italia compresa, sono chiamati a trovare una soluzione in tempi brevi. Salmoni, tonni, sardine, merluzzi, sono gli abitanti delle profondita' azzurre , un mondo tanto complesso e ricco, eppure sotto la linea blu, dove apparentemente non accade nulla di importante, si consuma una battaglia i cui esiti avranno inevitabili conseguenze anche per noi. E' la battaglia per la sopravvivenza di un patrimonio ricchissimo di biodiversita', da tempo minacciato dall' inquinamento, dalla distruzione degli habitat e degli ecosistemi, dalla pesca intensiva. Il sovrasfruttamento delle risorse ittiche, sta progressivamente distruggendo gli equilibri su scala mondiale: i pesci diminuiscono in quantita' e qualita' una importante fonte di cibo si fa' sempre piu' rara. La flotta peschereccia mondiale e' raddoppiata, diventando sempre piu' efficienti, le moderne imbarcazioni sono attrezzate per pescare divers i tipi di pesci contemporaneamente disponendo di sofisticate apparecchiature in grado di individuare i branchi in ogni circostanza, spostandosi da un luogo all' altro con grande velocita' : lavorano, inscatolano e surgelano il prodotto direttamente a bordo. L' ecosistema non puo' reggere un simile urto. Le specie non riescono a riprodursi alla stessa velocita' con cui vengono cacciate e le popolazioni di animali diventano sempre meno numerose. I sistemi attuali di pesca sono, inoltre ben poco selettivi e puntano alla quantita'. Succede cosi' che nelle reti finiscano pesci che non si volevano o non interessava pescare. Si calcola che un quarto di tutto il pescato venga ributtato in mare, morto o moribondo, perche' di taglia troppo piccola, non commerciabile o persino fuorilegge. Per ogni chilo di gamberi pescati, almeno 5 chili di altre specie vengono scartati, la non selettivita' della pesca moderna e' anche la causa della morte di migliaia di cetacei e tartarughe, che soffocano impigliate nelle reti pelagiche. Le grandi navi da pesca catturano meno pesce a fronte di uno sforzo tecnologico notevole. Agli italiani il pesce piace molto, se ne consuma in quantita' abbondante, impiegando nel settore migliaia di persone: il piano triennale del governo prevede una diminuzione della flotta di pescherecci, anche se tutt' ora esistono numerose imbarcazioni in grado di pescare numeroso pesce. L' attivita' della pesca in Italia, ricorda Greenpeace in un rapporto, viene compromessa da lacune vistose in leggi e regolamenti, dagli scarsi controlli e dell'inaffidabilita' delle statistiche con un pur accettabile quadro normativo. Si prenda ad esempio la pesca a strascico, e' un tipo di pesca che opera su fondali sabbiosi o fangosi, mediante una rete a sacco, che trainata in superfi cie da una o due imbarcazioni,"ara il fondale ", raccogliendo tutti gli organismi bentonici , quelle specie, che vivono o temporaneamente si trovano in contatto con il fondale stesso. Nonostante precise disposizioni di legge, si continua a praticare, illegalmente lo strascico costiero, utilizzando reti con maglie non regolamentari, cioe' inferiori ai 40 millimetri. Questa pratica provoca ingenti catture di esemplari giovani, con conseguenze facilmente immaginabili sulla consistenza delle popolazioni. Per di piu', l' azione meccanica delle reti a strascico causa un continuo sconvolgimento dei fondali piu' costieri, dove sono presenti biocenosi importanti per l'ecosistema marino. Ogni anno migliaia di uccelli, delfini e altri animali, muoino imprigionati nelle reti pelagiche, come documentato puntualmente da Greenpeace. Nell' Oceano meridionale sarebbero, ogni anno, piu' 44.000 gli albatros uccisi dalle reti e dagli ami per la pesca del tonno. L' uccisione accidentale di delfini nelle lunghe reti di nailon, dette reti a strascico , stese per molte miglia, usate nel Pacifico per prendere i tonni, ha indotto Greenpeace nel 1990 a protestare contro l' uso di queste reti. I delfini, essendo mammiferi, dovevano risalire in superficie per respirare, ma imprigiona ti nelle reti assieme ai tonni, finirono per annegare. L' uso di reti molto lunghe e' ora vietato, ma nonostante questo le reti continuano a essere calate. Un risultato importante Greenpeace lo ha raggiunto: l' 8 Giugno 1998 l' Unione Europea ha infatti deciso, grazie alle ripetute denunce di Greenpeace, la progressiva eliminazione delle reti pelagiche derivanti, dette anche spadare, entro il 2001. L' impatto sulla biodiversita' marina e' poi accentuato dagli effetti indesiderati provocati dalla pesca e dalla enorme quantita' di pesce gettato in mare perche' non commerciabile. Greenpeace chiede insistentemente una diminuzione delle flotte, l' eliminazione di incentivi a forme di pesca insostenibili dal punto di vista ambientale, che se attuate avranno effetti dolorosi sia sull' occupazione che per l' economia.

Greenpeace e le balene
Da quando nel 1975 Greenpeace ha cominciato la sua campagna a difesa delle balene sono stati ottenuti molti successi. Nel 1982, la Commissione Baleniera Internazionale ( IWC ) ha sancito una moratoria allo sfruttamento commerciale delle balene, entrata in vigore nel 1986. Nel 1984 e' stato stabilito nell' Oceano Antartico un Santuario per le balene, mentre nel 1989 mentre l' Oceano Indiano e' stato dichiarato Santuario delle balene: le due aree sono parzialmente contigue e oggi 1/3 di tutti gli Oceani e' un rifugio per questi grandi mammiferi marini. Grazie anche agli sforzi di Greenpeace, l' Assemblea generale dell' ONU ha sancito la risoluzione 46/215, una moratoria all' uso di reti pelagiche derivanti a partire dal 31 Dicembre 1992. Le reti derivanti note in Italia come " spadare " sono lunghi nastri che vanno alla deriva catturando tutto quello che incontrano. Le catture accidentali di queste reti sono una minaccia per le popolazioni di grandi e piccoli cetacei. L' 80 % delle spadare di tutto il mondo e' usato da pescatori italiani, intrappolando stenelle, capodogli e delfini e per questo motivo che IWC ha sancito il divieto totale di caccia per queste specie. La caccia alle balene viene sistematicamente attuata ancora oggi dalla Norvegia e dal Giappone, che hanno avuto il benestare dall' IWC, per la cattura, ad uso scientifico di centinaia di balene. Le balene sono nei guai anche perche' il mare sta cambiando, velocemente e per colpa nostra. Il mare soffre a causa di varie conseguenze delle attivita' umane. I cambiamenti climatici rischiano di modificare le temperature, la salinita' e le correnti marine. La distruzione dello strato di ozono stratosferico potrebbe modificare la composizione del plancton: alcuni dei minuscoli organismi che sono alla base delle catene alimentari sono piu' resistenti di altri all' aumento dell' incidenza dei raggi UV-B. L' inquinamento di sostanze tossiche, persistenti e bioaccumulabili, come i metalli pesanti e gli organoclorurati ( DDT, PCB ), non ha risparmiato le balene. Anzi, in alcune carcasse spiaggiate sono stati rilevati livelli tali di microinquinanti che esse sono state " trattate "come rifiuti tossici. La pesca non minaccia i cetacei solo con le catture accessorie. La diminuzione delle risorse ittiche ha gia' causato fenomeni di affamamento di popolazioni di, mammiferi marini, con esodi, morie per fame e per indebolimento delle difese dell' organismo. La cosa peggiore e' che spesso due o piu' di questi fattori agiscono congiuntamente, sinergicamente. Anche la piu' remota delle balene oramai non abita piu' in un ambiente incontaminato. Greenpeace non accetta niente di meno che una rigorosa applicazione del principio precauzionale al fine di proteggere le balene. Il beneficio del dubbio deve essere concesso all' ambiente e le attivita' umane debbono prima dimostrare di non arrecare impatti significativi sull' ecosistema. Questo principio deve essere direttamente e rigorosamente applicato alla caccia delle balene e alle attivita' di pesca che causano impatti alle popolazioni di cetacei. Assistiamo invece al maldestro tentativo di Norvegia e Giappone di coprire con una parvenza di scientificita' gli interessi politici ed economici sottostanti alla riapertura su larga scala della caccia alle balenottere minori dell' Atlantico. Le ultime proteste di Greenpeace, con azioni spettacolari, sono avvenute nell' Oceano Antartico, dove la flotta giapponese continua a cacciare le balene sotto le mentite spogli di programma scientifico, prevedendo l'uccisione di 440 balene all'interno di un'area che e' stata dichiarata nel 1994, in considerazione della sua importanza biologica, Santuario Antartico delle balene. Greenpeace si oppone da anni all' uccisione delle balene da parte giapponese, compiendo vere e proprie incursioni che partono dall' Artic Sunrise, ostacolando e impedendone piu' volte il massacro.
Le balene non sono pesci
Le balene sono mammiferi e tuttavia storicamente esse sono state sempre trattate alla stregua di una risorsa ittica, ma pesci e balene sono organismi estremamente differenti nella loro storia naturale. Mentre la stragrande maggioranza delle specie ittiche si riproduce rilasciando un gran numero di uova, senza effettuare cure parentali, le balene partori scono di solito un cucciolo alla volta, dopo una lunga gestazione. Le balene di solito partoriscono di solito ogni due anni: un anno e' " investito " nella gestazione, un altro nel periodo dell' allattamento. Per i genitori la perdita di un solo cucciolo equivale ad annullare anni di sforzi riproduttivi e di assidue cure parentali. Dopo lo svezzamento, il cucciolo raggiungera' la fase adulta solo dopo molti anni. Il tasso riproduttivo e' bassissimo e per questa ragione le popolazioni di balena non possono recuperare rapidamente se vengono decimate dalla caccia indiscriminata. Dopo anni di ricerca sono molte le cose che ignoriamo delle balene. I tassi di accrescimento delle popolazioni sono spesso ignoti, non si hanno stime affidabili sulla natalita' e mortalita' , ma una cosa siamo sicuri non sono pesci ! La storia della caccia baleniera moderna e' fatta di ripetuto sovrasfruttamento: le compagnie baleniere cercano di massimizzare i profitti a breve termine incuranti degli effetti negativi sulle stesse popolazioni di cetacei da cui dipende la loro attivita' . Oggi, gli errori del passato cominciano ad essere riconosciuti dalla moderna lobby dei balenieri che con le loro campagne di informazione cercano di convincere il mondo che la caccia oggi sarebbe diversa e ve rrebbe condotta in maniera sostenibile. Ma non e' cambiato niente.

Gli Oceani
Nonostante gli oceani regolino il clima sulla terra, diano da vivere direttamente a decine di persone e forniscano le proteine necessarie alla vita di un miliardo di persone nel mondo, costituiscano una riserva inesplorata di diversita' biologica, minerali, possibili scoperte scientifiche il rapporto dell' uomo con gli Oceani e' arrivato vicino al punto di rottura. Di fronte all' emergere di problemi ormai ineludibili e dopo la firma di una lunga serie di accordi e trattati internazionali sullo sfruttamento delle piu' diverse risorse, dai minerali, alle balene, al pesce, ai trasporti marittimi, dopo l'entrata in vigore nel Novembre 1996 della convenzione delle Nazioni unite sulla Legge del mare, che prevede doveri per tutti gli stati ai fini della conservazione delle risorse, degli ambienti e delle specie marine, siamo arrivati al 1998. E' stato l' anno che le Nazioni Unite hanno proclamato " Anno dell' Oceano ", la decisione e' stata presa sulla base del riconoscimento dell' integrazione dei sistemi oceanici nella vita sulla terra ferma e della loro importanza in termini di risorse sfruttate e sfruttabili, anche in vista della riduzione delle risorse terrestri e dell'aumento della popolazione. Dopo varie iniziative per una consapevolezza maggiore dei problemi del mare, dopo una sottoscrizione di una carta dell'Oceano, i buoni propositi sono rimasti solo sulla carta con un impegno solo morale. Tematiche sono state discusse all'esposizione mondiale di Lisbona riguardanti un bando nell' affondamento delle piattaforme off shore, lo scarico a mare dei rifiuti tossici e nucleari... .e gli ambientalisti di Greenpeace hanno proposto un vero e proprio decalogo di azioni da realizzare perche' l' iniziativa divenga realmente un' opportunita' di cambiamento. L' inquinamento e' sicuramente l' effetto diretto piu' eclatante che le attivita' umane hanno sugli ambienti marini. La carta delle aree inquinate segue molto fedelmente l'andamento delle rotte delle petroliere, circondando tutti i continenti con una cortina di petrolio galleggiante. Sostanze come il famigerato DDT o i bifenili policlorurati sono stati ritrovati in tutti gli oceani a tutte le latitudini, contaminando i tessuti di delfini, balene e foche e si ritiene che questa sia una delle possibili cause delle morie di cetacei che si arenano a gruppi sulle coste di tutto il mondo. Tracce di DDT e clorurati sono stati trovati negli organismi degli orsi polari, con casi di ermafroditismo e modifich e genetiche. Le sostanze chimiche persistenti non conoscono confini, si diffondono intorno al globo trasportate dalle correnti d'aria e di mare. In corrispondenza dei poli, il clima freddo favorisce la condensa di queste sostanze chimiche che si ridepositano con le precipitazioni raggiungendo la terra o l'acqua e entrando nella catena alimentare. Greenpeace ha da tempo lanciato l' allarme, umani e animali sono vulnerabili ai PCB e DDT, accumulando nel corso della loro vita possono trasferirle alle generazioni future. Diminuzione delle risorse ittiche, distruzione della biodiversita', il 1997 e' stato l'anno delle barriere coralline evidenziando che dei 600.000 km quadrati di barriere, il 10% e' stato gia' distrutto senza speranza e un altro 30% lo sara' nel giro di 20 anni, inquinamento incentrato e diffuso, rifiuti tossici e nucleari, cambiamenti climatici, tutte forme di un rapporto ormai malato tra uomo e mari.
Greenpeace - Crema

Maggio 2000